NEL NOME UN DESTINO 

Advisor | Aprile 2026    

Dieci anni fa, CONSOB ha sostituito il termine promotore finanziario con consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede, oggi l’obiettivo è quello di rendere questa denominazione esclusiva per tutelarla dall’utilizzo improprio di soggetti non abilitati a questa professione. 

Assoreti propone di definire in modo inequivocabile la denominazione “consulente finanziario” per gli iscritti all’albo OCF (Organismo di vigilanza e tenuta dell’albo unico dei Consulenti Finanziari). Al netto dei millantatori, è evidente infatti che ci sono sul mercato molti consulenti finanziari de facto, competenti e preparati che operano in banca e che non sono iscritti all’albo OCF.

L’iscrizione all’OCF è obbligatoria per chiunque presti consulenza in materia di investimenti o offra prodotti finanziari in Italia e per farla è necessario superare una prova valutativa, possedere un diploma quinquennale e avere i requisiti di onorabilità assicurando che le competenze professionali siano allineate con gli standard MiFID II e le direttive Consob. 

Difendere la denominazione “consulente finanziario” è corretto, purché non si traduca in una cristallizzazione del ruolo. Il mercato si sta già muovendo verso una consulenza più ampia, almeno finanziaria e patrimoniale in modo integrato: c’è il rischio di precludersi traiettorie evolutive già chiaramente delineate.

La tutela della denominazione è necessaria, ma non sufficiente. In un contesto di bassa cultura finanziaria e crescente bisogno di guida, la credibilità della figura si gioca soprattutto sulla reputazione. La registrazione del nome deve accompagnarsi a un rafforzamento dello sforzo comunicativo, interno al sistema e verso gli investitori finali. Dare chiarezza sulle competenze reali, differenziali e qualificanti deve procedere di pari passo con il riconoscimento formale. 

La protezione del ruolo richiede una base comune chiara, ma non deve appiattire le differenze tra le banche. La ricchezza del settore sta nella pluralità dei modelli di servizio e delle specializzazioni. La sfida è far convivere una cornice condivisa con una reale capacità di differenziazione, sia come modelli di servizio, sia all’interno dell’attuale ampliamento delle competenze, che di tipologia di clienti seguiti (dal retail al private banking).

Molte reti utilizzano denominazioni legate genericamente al ruolo professionale, altre hanno coniato nomi più distintivi, come i Family Banker di Banca Mediolanum, i Financial Wellbanker di Credem e gli Wealth Advisory Partner di BNL BNP Paribas.

Tutte le scelte sono corrette, certamente rafforzare il pieno riconoscimento della propria denominazione distinguendola dai competitor e favorendone l’utilizzo sistematico nelle attività di comunicazione (ad esempio su LinkedIn) contribuisce a posizionarsi in modo più efficace.   

Se è vero che quello che conta è la sostanza, ovverosia la competenza, la serietà del professionista e la reputazione della mandante, è altrettanto vero che in un’epoca di proliferazione di fuffa guru e di fininfluencer, è fondamentale identificare gli aspetti che rafforzino il portato valoriale di una denominazione rispetto ad un’altra.

E questo vale sia per sviluppare iniziative di comunicazione mirate all’interno della banca – per consolidarne il senso di appartenenza – che all’esterno della stessa, per aumentarne l’attrattività verso i clienti attuali, potenziali e i professionisti di altre realtà.

Come dicevano gli antichi romani “nomen omen”: il nome è un presagio, un augurio che ne indica il destino e ne rispecchia le caratteristiche peculiari.

Nicola Ronchetti