Plus 24 | Gennaio 2026
Prima di cambiare devono passare in media 15 anni (16 per gli iberici). L’Italia però possiede una peculiarità: nel cambiare istituto guardiamo innanzitutto alla solidità. I giovani sono invece i più infedeli: il 91% si rivolge ad altri in caso di successione. I consigli di Banca d’Italia e la ricerca di FINER Finance Explorer
Praticamente un matrimonio, quello che unisce gli italiani alla banca. E non è un modo di dire:dal matrimonio all’eventuale separazione, secondo i dati Istat, passano 15-17 anni. La“fedeltà” alla banca dura invece in media 15 anni e con poche scappatelle. Solo gli spagnoli sono più fedeli di noi (16 anni). Emerge dalla ricerca «Cambio banca: perché sì, perché no?» condotta da Finer, società di ricerca guidata da Nicola Ronchetti, sul monitoraggio annuale dei comportamenti degli individui bancarizzati. «Mentre in altri Paesi, come in Uk, cambiare banca è un’operazione frequente e banale, paragonabile al fare la spesa in supermercati diversi per cogliere le offerte migliori, in Italia il rapporto con l’istituto di credito è storicamente ingessato – spiega Ronchetti -. I dati evidenziano che gli italiani rimangono fedeli alla stessa banca per una media di 15 anni e mostrano una scarsa propensione alla “multi-bancarizzazione”, ovvero all’acquisto di prodotti specifici presso istituti diversi da quello principale». L’Italia ha il tasso più basso di multi- bancarizzazione, fermo al 24%, contro il 51% degli inglesi che sono abituati a fare shopping finanziario.
Giovani e anziani
La vera infedeltà verso la banca però riguarda le nuove generazioni: nel passaggio ditestimone nella titolarità del patrimonio, la generazione Z (1997-2012) mostra una tendenza a cambiare banca una volta ricevuta l’eredità nel 91% dei casi; la generazione X (1965-79) incaso di successione sceglie di cambiare nel 77% dei casi.
Non si tratta solo della resistenza al cambiamento legata all’età e al conservatorismo che l’avanzare di quest’ultima inevitabilmente comporta, ma tale scelta è alimentata anche da unaburocrazia farraginosa e dal timore di complicazioni amministrative, come il cambio delle domiciliazioni o dell’Iban, che scoraggiano la mobilità anche di fronte a condizioni economiche più vantaggiose. Pure la presenza del mutuo può rappresentare un ostacolo nonostante le regole sulla portabilità possono aiutare in questo senso.
I vantaggi
Cambiare banca però offre degli indubbi vantaggi. I dati di Bankitalia mostrano quanto lafedeltà all’istituto bancario sia una scelta che presenta a fine anno un conto piuttosto salato. Ma per cosa si cambia? Quali sono le motivazioni che spingono a prendere congedo dall’istituto? Secondo la ricerca Finer quando i clienti decidono di cercare una nuova banca, desiderano caratteristiche ben precise: innanzitutto la solidità della banca, è il requisito fondamentale nel 76% dei casi. «Si tratta – spiega Ronchetti – di una peculiarità del sistema italiano. La fedeltà del risparmiatore tricolore non è dettata però solo dall’inerzia, ma da una profonda avversione al rischio radicata nella memoria storica. I fallimenti bancari del decennio precedente hanno lasciato un segno indelebile. L’italiano medio, è un po’ come una formichina, con una cultura del risparmio prudente, preferisce spesso pagare costi maggiori pur di avere la rassicurazione psicologica di affidare i propri soldi a un istituto percepito comesicuro. La convinzione che “la mia banca è solida” rappresenta una delle principali barrierepsicologiche al cambiamento».
Segue poi, negli obiettivi di scelta, l’esistenza di un servizio di consulenza con professionista dedicato (72%). Infine trasparenza e qualità: si cercano chiarezza nei costi e un buon rapporto qualità-prezzo. Anche la digitalizzazione offre degli incentivi al cambiamento: insieme alla ricerca di costi più bassi e rendimenti più alti sui depositi, che rimane il motore principale, sivalorizza molto l’esperienza utente.
La frustrazione per disservizi o per un’App obsoleta è un potente incentivo all’abbandono, per questo l’esperienza digitale superiore dei nuovi player del mercato sta diventando uno standard di riferimento.
Scarsa reattività
Anche la banca però paga un certo immobilismo del sistema. A differenza di altri settori come le telecomunicazioni o le pay-tv, gli istituti di credito mancano di reattività: non intervengono proattivamente per trattenere il cliente con offerte migliori finché questo non ha già deciso di andarsene. A ciò si aggiunge una grave carenza strutturale del mercato italiano: l’assenza diun motore di ricerca istituzionale e trasparente per i conti correnti, simile a quello chel’Arera, l’authority dell’energia, offre per le bollette. Dal lato dei clienti, la mancanza di strumenti di confronto certificati, unita a una scarsa educazione finanziaria, impedisce ai cittadini di negoziare le condizioni, permettendo alle banche di mantenere margini elevatisfruttando così la scarsa consapevolezza della clientela.
Antonio Criscione
Vitaliano D’Angerio