CREDITO ALLE IMPRESE: BANCHE MEGLIO DELLE RETI DI CONSULENZA FINANZIARIA?

Advisor | Gennaio 2026      

Tra i buoni propositi della consulenza finanziaria per il 2026 si potrebbe inserire quello di una crescita nel segmento delle imprese che in Italia conta oltre 4 milioni di microimprese (meno di 10 dipendenti e fatturato fino a due milioni) e circa 900 mila piccole imprese (fino a 50 dipendenti e 10 milioni di fatturato).

In tutto 4,9 milioni di imprese che contribuiscono al 75% dell’occupazione nazionale, dunque il cuore pulsante dell’economia italiana. Alla guida delle piccole imprese ci sono imprenditori (71%) e imprenditrici (29%) con un’età media di 55 anni, individualmente classificabili come clienti upper affluent o private.

Investono i propri risparmi in modo prudente, poche azioni, tante obbligazioni e titoli di stato, come per il resto dei loro connazionali, ma forse con una giustificazione in più avendo investito nella propria azienda e quindi in definitiva in private equity.

Solitamente utilizzano una banca commerciale tradizionale per la loro impresa, mentre – nel 57% dei casi – per i loro investimenti personali si avvalgono di un’latra banca, spesso una rete di consulenti finanziari.

Da un lato molte le banche cercano di crescere nella gestione del risparmio degli imprenditori italiani, dall’altro lato molte reti dei consulenti finanziari cercano di affiancare e supportare i loro clienti imprenditori nella gestione dell’attività di impresa, sia ordinaria che straordinaria (acquisto, vendita o trasferimento di quote societarie).

Storicamente le reti partono avvantaggiate sul fronte gestione del risparmio mentre le banche su quello del credito, sempre più però si stanno affermando modelli integrati. 

La storica separazione dei gestori che seguono le imprese rispetto ai gestori patrimoniali, private banker o consulenti finanziari, è un limite al raggiungimento delle sinergie tra due mondi contigui e complementari.

È un limite soprattutto in Italia, dove più che in altri paesi, l’imprenditore non sempre riesce e, forse neanche vuole, tenere distinto il suo patrimonio personale da quello societario.

Diventa sempre più importante il ruolo del gestore business, dedicato alle micro e piccole imprese, le sue competenze nel dare credito e quindi denaro, potrebbero integrarsi con quelle di chi il denaro da investire lo chiede ai propri clienti (gestori premium, private banker e consulenti finanziari).

Se è vero che chiedere denaro e concederlo sono due cose che richiedono competenze e attitudini personali differenti, è altrettanto vero che a ciò si può ovviare creando team composti da gestori imprese e patrimoniali, creando regole di ingaggio chiare per evitare conflitti di interesse.

In ogni caso, a prescindere dalla collaborazione tra colleghi, il gestore imprese è bene che sviluppi doti commerciali e quello patrimoniale accresca le sue capacità a supporto degli imprenditori non solo nella fase finale – i cosiddetti eventi di liquidità – ma in tutte le fasi di vita dell’impresa.

A vincere saranno sia quelle realtà che riusciranno a eccellere tenendo distinti i due ambiti, specializzandosi in uno dei due, ma anche chi saprà coglierne appieno le sinergie. 

Come nel business della consulenza finanziaria anche nella gestione delle imprese il ruolo del professionista è determinante, per questo sarà fondamentale da questo anno analizzarne il punto di vista e scoprire quali siano i driver di successo e le realtà vincenti.

Nicola Ronchetti